Home | Cinema | L’affido, una storia di violenza di Xavier Legrand, dal 21 giugno al cinema

L’affido, una storia di violenza di Xavier Legrand, dal 21 giugno al cinema

L’affido, una storia di violenza un film di Xavier Legrand, dal 21 giugno al cinema. Nel cast: Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Saadia Bentaïeb, Sophie Pincemaille, Emilie Incerti-Formentini. Una distribuzione per l’Italia: PFA Films e Nomad Film Distribution.

Il film, vincitore del Leone d’argento per la Miglior Regia e Leone del futuro Luigi De Laurentiis a Venezia 2017, è la tesa ed essenziale cronaca di una separazione, che affronta in un magistrale crescendo di suspense la violenza domestica attraverso differenti generi cinematografici.

“Tre film mi hanno guidato in fase di scrittura: Kramer contro Kramer, La morte corre sul fiume e Shining. Ho voluto far crescere la consapevolezza del pubblico su questo tema usando il potere del cinema che mi ha sempre affascinato. In particolare quello di Hitchcock, Haneke o Chabrol, il tipo di cinema che coinvolge lo spettatore giocando con la sua intelligenza e i suoi nervi”, afferma il regista Xavier Legrand.

Sinossi – Dopo il divorzio da Antoine, Myriam cerca di ottenere l’affido esclusivo di Julien, il figlio undicenne. Il giudice assegnato al caso decide però per l’affido congiunto. Ostaggio di un padre geloso e irascibile, Julien vorrebbe proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia dell’ex coniuge. Ma l’ossessione di Antoine è pronta a trasformarsi in furia cieca.

Intervista a Xavier Legrand

Come nel tuo corto, Avant Que De Tout Perdre, affronti il tema sociale della violenza domestica in un modo che genera una forte tensione per lo spettatore.
L’affido è costruito sulla paura. La paura ispirata da un uomo pronto a tutto pur di tornare con la donna che è scappata da lui a causa del suo comportamento violento. Il personaggio di Antoine, interpretato da Denis Ménochet è una minaccia costante per coloro che lo circondano. Mette tutti in tensione, è in grado di percepire solo il proprio dolore ed è disposto a manipolare chiunque, persino i suoi figli. Le donne vittime di violenza domestica, come è Léa Drucker nel film, sono sempre in allerta. Sanno che il pericolo può emergere ovunque, in qualsiasi momento e nessuno è immune. In Francia ogni due giorni e mezzo una donna muore di violenza domestica, e nonostante i media ne parlino, l’argomento rimane un tabù. Le vittime hanno paura di denunciare, i vicini e i familiari non dicono nulla perché non vogliono interferire con la vita coniugale.

C’è un’omertà pesante. Non ho voluto affrontare il tema come una vicenda di attualità. Come in Avant Que De Tout Perdre ho voluto far crescere la consapevolezza del pubblico su questo tema usando il potere del cinema che mi ha sempre affascinato. In particolare quello di Hitchcock, Haneke o Chabrol, il tipo di cinema che coinvolge lo spettatore giocando con la sua intelligenza e i suoi nervi.

Hai citato anche La morte corre sul fiume di Charles Laughton, e Shining di Stanley Kubrick come tue principali fonti di ispirazione per approcciare questo argomento.
Tre film mi hanno guidato in fase di scrittura: Kramer contro Kramer, La morte corre sul fiume e Shining. Li ho poi dimenticati durante le riprese, ma mi hanno aiutato a riflettere sul tema che volevo affrontare e a trovare gli umori e le atmosfere in cui far muovere i personaggi. Kramer contro Kramer è un film sui diritti dei genitori che ha avuto un grande effetto su di me. Per la prima volta si vede una donna ottenere la custodia esclusiva del proprio bambino e dipinge il dolore di una separazione con terribile acutezza. La morte corre sul fiume illustra come una persona possa essere inflessibile con dei bambini pur di ottenere i propri scopi. Shining mi ha ispirato per l’ultima parte del film in termini di follia, isolamento, terrore. La violenza domestica può portare all’orrore puro ed è questo orrore che volevo mostrare.

Come hai utilizzato i diversi generi e codici cinematografici – realismo, dramma sociale, suspense, thriller – per arricchire le diverse sfumature del film?
Prima di tutto ho fatto un lungo lavoro di ricerca. Ho seguito il lavoro di un giudice, ho intervistato avvocati, ufficiali di polizia, lavoratori sociali e ho addirittura partecipato a gruppi di terapia per uomini violenti. Un argomento così delicato richiede che ci si avvicini il più possibile alla realtà senza limitarsi a fare un documentario o un dramma sociale che alla fine racconterebbe solo la storia di un evento tragico. Invertendo il punto di vista, ho potuto evidenziare la suspense nella quotidianità. Ho adottato un approccio drammatico in cui seguiamo un eroe, Antoine, ma dal punto di vista dei vari ostacoli che si frappongono al suo obiettivo: il giudice, suo figlio e la sua ex moglie.

Lo spettatore vive in tempo reale il dubbio del giudice, la pressione a cui è soggetto il bambino e il terrore della moglie braccata. Volevo dare una lettura politica e universale del tema mentre immergevo lo spettatore in una trama da film di genere (quella del mostro che dà la caccia alla sua preda) in cui la suspense e la tensione nutrono la storia e viceversa.

Per il tuo primo film hai fatto delle scelte stilistiche molto ferme con una regia molto scarna, specialmente in termini di suono.
Non c’è praticamente musica nel film. La tensione viene creata dai rumori della vita di tutti i giorni e dalla loro risonanza – l’eco in un appartamento, le freccie di un’auto, un orologio, un allarme. A questi effetti ho pensato già durante la sceneggiatura. Non inserisco nella storia degli elementi di fantasia ma piuttosto preferisco catturare i rumori di una realtà che produce ansia. La stessa cosa vale per la regia. Non mi interessano gli effetti spettacolari, ma piuttosto la ripetizione di una stessa inquadratura, in posti frequentati diverse volte per creare un senso di familiarità e di vicinanza, per dare la sensazione che stiamo entrando in una spirale terribile.

Cosa ti ha spinto ad affrontare lo stesso tema in entrambi i tuoi film?
Avevo già in mente L’affido quando ho girato Avant Que De Tout Perdre. È un tema che mi colpisce come cittadino e che di sicuro non è sufficientemente trattato. Il mio corto mi ha portato ovunque in Francia e un po’ anche all’estero, dove è stato mostrato nelle scuole per aprire il dibattito ed educare i giovani sull’argomento. Volevo continuare a indagare la natura di questa violenza; il dominio maschile nelle relazioni, la follia della possessività che costituisce lo sfondo per molti casi. Volevo anche imparare qualcosa in più rispetto la distinzione fra la coppia matrimoniale e la coppia genitoriale. Un partner violento e inadatto deve necessariamente essere un cattivo genitore? Come si può giudicare? Ho incontrato un giudice e l’ho seguito durante il suo lavoro.

Cominci il film in uno stile quasi documentario con una scena di avvincente realismo in cui la coppia si reca davanti al giudice.
Devi avere in mente che tali audizioni sono davvero brevi – in venti minuti si decide il futuro di un bambino. Il sistema giudiziario francese prevede che se la violenza è diretta a un genitore e non al figlio non vi è necessità di tagliare ogni rapporto fra il minore e il genitore. É decisamente una domanda complessa; anche se il bambino ha il bisogno legittimo di avere entrambi i genitori accanto a sé può cristallizzare il conflitto e divenire un mezzo di pressione, uno strumento per il genitore che è stato allontanato e che non può più raggiungere il coniuge. Il giudice deve confrontarsi con 20 casi al giorno e dispone solo di pochi minuti per farsi un’idea della situazione e fare in modo che la legge venga rispettata di fronte a persone fragili che interpretano spesso un ruolo e ad avvocati più o meno competenti. Ho provato a trasmettere la tensione e il carico emozionale di quel momento filmandolo in tempo reale e ponendo lo spettatore al posto del giudice. I personaggi sono inquadrati sullo stesso livello e rappresentati dai lori rispettivi avvocati. A chi crederà il pubblico? Cosa vedrà svelarsi davanti agli occhi? A quale argomento sarà sensibile? Lo spettatore si tuffa nell’incertezza e deve farsi un’idea. Il film poi mostra cosa succederà dopo, un dopo che il giudice non vedrà mai.

I tuoi attori catturano brillantemente questa fragilità e questo carico emotivo. Come li hai scelti e come li hai diretti?
Ho scritto la parte avendo in mente Léa Drucker. Per me lei assomiglia molto al personaggio di Miriam con la sua componente di forza e fragilità – una donna con i piedi piantati per terra che non scivola mai nel pathos. È una donna che è passata attraverso una tempesta e che deve ricostruire la propria vita per andare avanti. Léa ha lavorato molto sul ruolo prima delle riprese. Non do molte indicazioni psicologiche. Ho solo insistito che non si comportasse mai come una vittima.
L’avevo vista in un corto in cui era in una relazione amorosa con Denis Ménochet. Essendo anche lui un attore eccellente, volevo vederli nuovamente insieme ma in una fase diversa del rapporto amoroso. Ho lavorato molto con Denis sul set.

Abbiamo parlato dei piccoli dettagli. È un ruolo molto difficile in quanto bisogna confrontarsi con la violenza, la manipolazione senza che il pubblico perda contatto con il personaggio, lo respinga e si rifiuti di comprenderlo. È necessario entrare nella pelle di un uomo infelice, preda di un forte conflitto interiore, che cerca di essere amato ma che vive nella negazione dell’amore. Denis Ménochet è fantastico in questo ruolo. Trasferisce questo mix di robusta virilità e sofferenza infantile tipiche di uomini che sono violenti verso le partner.

Sia Julien che la sorella giocano un ruolo importante nel film, e i loro ruoli richiedono che entrambi esprimano forti emozioni con pochissime parole. Come vedi la prospettiva del bambino, in particolare quella di Julien come contributo al film?
I ragazzi hanno davvero poche battute di dialogo perché questa è la vera essenza del problema: nella violenza domestica le voci dei bambini quasi non ci sono. E quando provano a parlare, quasi mai vengono ascoltati. La storia comincia con il giudice che legge la sentenza per Julien di fronte ai suoi genitori. Questa apertura cristallizza il tema centrale del film: la relazione di coppia e l’essere genitori. Julien, essendo il figlio minore, è al centro del conflitto. Ci sono due tendenze che i bambini che crescono in un clima di violenza sviluppano di solito: o riproducono quella violenza o sviluppano una sindrome di iper vigilanza per fare i conti con essa. Julien fa parte della seconda categoria. È continuamente in allerta usando i propri piccoli mezzi per proteggere sua madre. Joséphine invece sta aspettando di diventare adulta. Anche lei è stata cresciuta in un clima di violenza e sviluppa un atteggiamento tipico delle adolescenti: abbandona il nucleo familiare per creare prematuramente la propria famiglia, andando via con il fidanzato al termine della sua festa di compleanno. Attraverso i ragazzi mostro le differenti ripercussioni che un clima violento può causare nella stessa famiglia in maniera transgenerazionale. Joséphine ripropone un modello familiare, divenendo una giovane madre proprio come sua madre Miriam. Si può addirittura immaginare che sua nonna abbia innescato questo fenomeno. Diverse generazioni sembrano fuggire l’autorità paterna divenendo madri il prima possibile.

Come hai lavorato con questi giovani attori in fase di preparazione e poi durante le riprese?
Ho dovuto usare un approccio diverso con Thomas Gioria e con Mathilde Auneveux. Per Thomas, che era alla sua prima esperienza su un set, era molto importante che comprendesse cosa significhi essere un attore e distinguesse la realtà dalla finzione, dal momento che il suo personaggio attraversa situazioni estreme. Dal casting fino alle riprese, Amour Rawyler, un coach per attori bambini, lo ha aiutato a individuare l’argomento con cui si sarebbe confrontato sul set. Thomas ha una qualità molto rara per la sua età, degna dei migliori attori e che risiede nel modo in cui ascolta e nella respirazione. Con “ascolto” intendo la sua presenza, la sua capacità di ascoltare ciò che il suo partner gli dice. Thomas parla attraverso gli occhi, regge un dialogo mediante l’intensità del suo respiro. Ascolta completamente senza fingere. Il nostro lavoro con il coach è stato quello di portare in luce queste qualità e al contempo preservare la sua spontaneità, che è molto preziosa per un giovane attore come lui. Per Mathilde, che interpreta il ruolo di Josephine, è stata principalmente una questione di prove perché le scene in cui era coinvolta erano piuttosto difficili dato che si trattava di piani sequenza che richiedevano grande precisione, come quello in bagno o quello della festa di compleanno. Doveva conoscere i suoi movimenti fin nel minimo dettaglio così che potesse sentirsi libera di agire nonostante i numerosi limiti.

Newsletter

L'affido, una storia di violenza di Xavier Legrand
L'affido, una storia di violenza di Xavier Legrand
L'affido, una storia di violenza di Xavier Legrand
L'affido, una storia di violenza di Xavier Legrand
L'affido, una storia di violenza di Xavier Legrand
L'affido, una storia di violenza di Xavier Legrand
L'affido, una storia di violenza di Xavier Legrand
Description

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per facilitare la navigazione e per mostrarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner o continuando la navigazione (page scroll) acconsenti al loro uso. Per informazioni e per negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per facilitare la navigazione e per mostrarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner o continuando la navigazione (page scroll) acconsenti al loro uso. Per informazioni e per negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.

Chiudi