antonio serra

25 aprile. Discorso del Sindaco di Aprilia, Antonio Terra

Buongiorno a tutti e ben ritrovati in questo giorno di festa, in cui Aprilia celebra la Liberazione e l’ottantacinquesimo anniversario dalla sua Fondazione.

Viviamo un tempo particolare, quasi sospeso. Lo scorso anno, eravamo tutti chiusi in casa e con tristezza e speranza attendevamo la scoperta del vaccino che ci avrebbe consentito di riprendere la normale quotidianità delle nostre vite. È stato un anno duro e lungo.

Oggi i vaccini ci sono e il nostro Paese procede, seppure a ritmi ancora lontani dagli obiettivi preposti, a garantire ai suoi cittadini – proprio attraverso il vaccino – una difesa dagli effetti più drammatici del virus. Eppure, ci rendiamo conto che la sfida al Coronavirus non è ancora conclusa. Eccolo, questo tempo sospeso. Tra la paura e la speranza. Tra la sensazione si esserci lasciati alle spalle i momenti peggiori e il timore di dover ancora aspettare. Così, con questo stato d’animo e con prudenza, attendiamo le riaperture che gradualmente avranno luogo a partire da domani, nella speranza che ad esse non seguano ulteriori rallentamenti e che questo sia solo l’inizio di una fase di ripartenza.

In questi giorni, mi sono chiesto che significato possa assumere la Liberazione per un apriliano, in questo tempo difficile. La risposta più semplice sarebbe forse pensare alla liberazione come alla fine di questo momento di dolore, restrizioni alle libertà personali, malattia. Eppure, questa interpretazione tralascerebbe forse il senso profondo di questa festa. Perché la Liberazione è stato innanzitutto un fatto storico, ben preciso. Liberazione dal giogo del nazifascismo, che nel nostro Paese ha praticato ed esaltato la violenza come modalità di azione politica, ha limitato le libertà personali e sociali, ha imboccato con forza e convinzione la strada della guerra, ha contribuito alla pagina vergognosa dell’Olocausto.

“Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie” diceva Sandro Pertini nel suo messaggio di fine anno agli italiani nel 1979. Mi sembra una frase estremamente attuale. Il Coronavirus ha messo a dura prova – e continua a farlo – l’architettura della nostra democrazia. Ciclicamente, le democrazie sono scosse da eventi e fenomeni che sembrano minare il senso profondo della loro conquista. È accaduto, nel nostro Paese, con il terrorismo degli anni ’70 o con la stagione delle stragi di mafia negli anni ’90. Eppure, la democrazia ha resistito.

Oggi sta avvenendo – credo – la stessa cosa. Il tessuto istituzionale è in tensione: fenomeni nuovi e gravi hanno richiesto misure straordinarie, a cui il Paese non era certo abituato. Eppure, la stessa dialettica interna al Governo, di questi giorni, dimostra che la democrazia regge la sfida. Quella liberazione di 76 anni fa ci ha consegnato un sistema dove le libertà personali possono essere persino limitate per il bene collettivo, ma mai represse. Oggi, in questo luogo, io avrei potuto criticare il Governo. Oppure uno di voi, qui presenti, tra pochi minuti potrebbe mettere in discussione le mie parole con un articolo su un giornale o un post sui social network. Sembra poca cosa. E invece è qui, forse, il senso della conquista. Una conquista che consente, oggi, persino di rivedere le scelte e le misure varate nell’ultimo anno. O di chiederci quali aggiustamenti apportare all’architettura istituzionale. O ancora di domandarci, ciascuno con la propria sensibilità e le proprie posizioni, quale futuro dobbiamo costruire per le nostre Città e i nostri territori.

Questo è il motivo per il quale oggi dobbiamo rallegrarci e festeggiare: la liberazione dalla dittatura 76 anni fa non ha risolto tutti i problemi, ma ci ha donato un periodo lungo e duraturo di pace, progresso, libertà. Che dura ancora oggi. E se sapremo coltivare i valori sanciti e scanditi a chiare lettere nella Costituzione italiana, potrà durare ancora molto.

È un auspicio, questo, che vale anche per la nostra Città, di cui oggi ricordiamo l’85° anniversario dalla fondazione. Una ricorrenza che avremmo voluto celebrare in altra maniera e in altre forme. Ma la prudenza e la volontà di proteggere le vite dei nostri concittadini ci impone celebrazioni più contenute e semplici. Non importa: sono certo che avremo tempo per festeggiare, nei prossimi anni. Intanto, questa sera inauguriamo la nuova piazza delle Erbe, un nuovo spazio a servizio della collettività e della comunità cittadina, capace di ricollegarsi idealmente e architettonicamente al disegno e al progetto degli architetti Petrucci e Tufaroli e degli ingegneri Paolini e Silenzi. Si tratta di un’area parcheggio trasformato in uno spazio di socializzazione e cultura. Ed è bello inaugurarlo oggi, proprio per la sua capacità di ricollegarsi alla storia di questa Città, ma anche all’idea di comunità che ha animato chi ha lottato per la Liberazione, spesso sacrificando anche la propria vita.

Ci vediamo dunque questa sera, con chi vorrà e potrà.

Viva Aprilia, viva la Liberazione, viva l’Italia.

Grazie a tutti.

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