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L’UE deve intensificare i propri sforzi per sconfiggere la disinformazione

La disinformazione è un problema grave e sempre più diffuso nell’UE. Il piano d’azione europeo per contrastare questo fenomeno, pubblicato nel 2018, era pertinente nel momento in cui è stato elaborato, ma risulta incompleto: la sua attuazione è sulla buona strada, ma non riesce a stare al passo con le minacce emergenti.

Questa è la conclusione di una relazione speciale pubblicata dalla Corte dei conti europea. La Corte ha rilevato che è necessario un maggiore coordinamento a livello dell’UE e che gli Stati membri devono essere più coinvolti, ad esempio nel sistema di allarme rapido.

È inoltre necessario migliorare il monitoraggio delle piattaforme online e far sì che rendano meglio conto del proprio operato, nonché includere la lotta alla disinformazione in una strategia coerente di alfabetizzazione mediatica, che ad oggi è assente.

“Qualsiasi tentativo malevolo e intenzionale di diffondere sfiducia o manipolare l’opinione pubblica rappresenta una grave minaccia per l’UE stessa. Allo stesso tempo, la lotta alla disinformazione è una sfida cruciale nella quale l’UE deve evitare di calpestare i propri valori fondamentali, come la liberà di opinione e di espressione”, ha affermato Baudilio Tomé Muguruza, il Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione.

“Il piano d’azione dell’UE contro la disinformazione era pertinente nel momento in cui è stato elaborato, ma resta incompleto. La Corte raccomanda di intensificare la risposta dell’UE alla disinformazione e di migliorarne il coordinamento”.

Secondo la Corte, il piano d’azione dell’UE contro la disinformazione ha avviato sviluppi positivi, ma non è stato all’altezza delle aspettative. Il piano conteneva misure pertinenti, come smentire e ridurre la visibilità di contenuti fuorvianti, ma non è stato aggiornato o riesaminato dal 2018, sebbene le tattiche, gli attori e le tecnologie di disinformazione siano in costante evoluzione.

Nel dicembre 2020, la Commissione ha pubblicato il piano d’azione per la democrazia europea, comprendente misure contro la disinformazione, senza chiarire esattamente in che modo esso sia collegato al piano d’azione dell’UE del 2018 contro la disinformazione. La Corte segnala che perseguire obiettivi simili attraverso piani d’azione e iniziative diversi rende più complesso il coordinamento e aumenta il rischio di inefficienze.

Inoltre, il piano d’azione europeo contro la disinformazione non comprendeva disposizioni esaurienti tese a garantire che la risposta dell’UE fosse ben coordinata, efficace e commisurata al tipo e all’entità della minaccia.

Una delle misure strategiche del piano d’azione dell’UE è stata l’istituzione di un sistema di allarme rapido per coordinare le risposte e le azioni comuni tra gli Stati membri, le istituzioni dell’UE e altre organizzazioni, come la NATO e il G7.

La Corte ha rilevato che questo sistema ha facilitato la condivisione di informazioni, ma non ha condotto ad un coordinamento delle attività comuni volte a individuare i responsabili della disinformazione e a formulare risposte, come inizialmente previsto. Gli Stati membri non ne stanno sfruttando appieno il potenziale.

La Corte ha considerato la divisione per la comunicazione strategica e le sue tre task force (StratCom Est, Balcani occidentali e Sud) all’interno del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) e ha riscontrato che esse hanno migliorato la capacità dell’UE di prevedere e rispondere alla disinformazione nei paesi vicini.

Tuttavia, ritiene che i mandati e le risorse di queste task force dovrebbero essere riesaminati alla luce delle nuove minacce emergenti. La banca dati EUvsDisinfo, prodotto principale della task force Est, ha contribuito a sensibilizzare alla disinformazione di origine russa. Tuttavia, secondo la Corte, sorgono alcuni interrogativi sulla sua indipendenza e sul fine ultimo perseguito, in quanto potrebbe essere percepito quale rappresentante la posizione ufficiale dell’UE.

Il piano d’azione includeva anche il settore privato e la società civile nella lotta comune contro la disinformazione. Per la collaborazione con le piattaforme online, la Commissione europea ha istituito un codice di buone pratiche costituito da misure volontarie.

Ad esempio, durante le fasi iniziali della pandemia di COVID-19, il codice di buone pratiche ha fatto in modo che le piattaforme online dessero maggiore visibilità alle informazioni provenienti da fonti autorevoli.

Si è trattato di un approccio pionieristico che però, osserva la Corte, non è riuscito a fare sì che le piattaforme online rispondessero delle proprie azioni e assumessero un ruolo più importante nella lotta attiva alla disinformazione.

Secondo la Corte, anche l’obiettivo di sensibilizzare e rafforzare la resilienza sociale non è stato raggiunto. Sottolinea inoltre l’assenza di una strategia di alfabetizzazione mediatica che includa la lotta alla disinformazione, e la frammentazione delle politiche e delle azioni intese ad accrescere la capacità delle persone di accedere e comprendere i media e le comunicazioni e di interagire con essi. La Corte ha rilevato inoltre che l’Osservatorio europeo dei media digitali, di recente creazione, potrebbe non raggiungere gli obiettivi perseguiti.

Informazioni sul contesto

La responsabilità per la lotta alla disinformazione spetta in primo luogo agli Stati membri. Non esiste un quadro giuridico dell’UE in materia di disinformazione, fatta eccezione per l’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali sulla libertà di espressione e di informazione e una serie di iniziative strategiche.

La relazione speciale09/2021 intitolata “La disinformazione nell’UE: combattuta ma non vinta”, è disponibile in 23lingue dell’UE sul sito Internet della Corte (eca.europa.eu).

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